![]()
La romantica avventura dell’editor Acquaviva
Scritto da
Valerio Venturi | 23 Luglio, 2007 - 10:26 am
Nella
Categoria: interviste, arte, cultura, italia
Luglio 23rd, 2007
pubblicata su www.ilfattonline.com
Milano. Chi possiede un libro
di Alda Merini, può darsi abbia in casa un prodotto della piccola editrice ‘Acquaviva’.
Lo riconoscerà dall’aspetto artigianale, dall’acquerello in copertina, dalle
pagine interne pubblicate solo fronte.
Perché ‘Acquaviva’ é un editore anomalo. Come il suo ideatore: Giuseppe
D’Ambrosio Angelillo, scrittore, poeta, poligrafo pugliese d’origine e milanese
d’adozione. Un tipo che ha scelto di fare tutto da sé. Scopo unico: la libertà
d’azione ed espressione. Laureato in filosofia, studioso di Marx, si definisce
‘metropolitano’ e ‘notturno’.
A Milano é un eroe della scena
underground. Voleva essere autore ed editore: lo é diventato radicalmente,
vivendo di quello che i libri che fa gli danno. Lo abbiamo incontrato. Ed
abbiamo conosciuto un ‘animale strano’ (nel senso buono del termine) che fa
filosofia e poesia anche quando parla di pane e solidarietà. La stessa cosa.
Ma chi é, in due parole, l’inventore di Acquaviva?’
“Sono un autore che si autoproduce. Sono diventato editore per forza di cose,
perché non ho avuto spazio presso i grandi editori; ma sono contento di questo
perché ho guadagnato la libertà. D’altronde i grandi editori di una volta non ci
sono più, quelli che avevano il fiuto, sapevano chi aveva la stoffa. Ora non c’é
dirigenza filoletteraria ma filoeconomica. Così, negli anni ho imparato a fare
libri particolari, unica arma per controbattere la concorrenza: i grandi
lasciano spazi vuoti che io vado a individuare, infilandomi dove non c’é
concorrenza: il libro fatto a mano, pennellato, rilegato a mano, in tirature
basse, lo stretto necessario.”Opere tue e…
“Il resto sono opere inedite di autori che mi piacciono. Bazzico sempre le
librerie e se mi accorgo che l’editoria ha trascurato un libro che vale, vado a
segnalarlo. Poi novità e i testi dei miei amici, che reputo bravi. Circa 40/50
testi all’anno, ma ci sono anni che faccio 10 libri soli. Mi occupo di tutto io,
ho avuto amare esperienze. Dicevo: mi fido, non c’ho una lira… che cazzo mi rubano? Invece c’erano da rubare i miei libri… Mi é capitato: così faccio da me
e faccio meglio. Sono stato sempre da solo, curo anche l’illustrazione,
l’impaginazione. Ma non faccio niente di speciale: i miei maestri sono del
rinascimento italiano… So fare un po’ di tutto perché l’artigianato é la via che
ti garantisce la libertà al di là della gabbia del lavoro salariato. Se lavori
per altri ti mettono sotto.
Come “Acquaviva” c’é a Milano
solo “Pulcino e elefante”?
Abbiamo cominciato insieme, ma lui fa libricini di una sola poesia…
Ci racconti com’é iniziata la
tua avventura?
“Ho cominciato come autore, a scrivere da piccolo; avevo un istinto allo
scrivere, mi sono prodotto il primo libro a 17 anni: una raccolta di poesie
fatta col ciclostile del mio gruppo. Non me lo volevano far fare, anche se la
macchina era anche un poco mia. Seguire il sentimento era considerato piccolo
borghese, non era consono ai tempi: la poesia non serviva a cambiare il mondo.
Mi sono sempre sentito a disagio con questa prospettiva. Mi prendevano per matto
per questa mia ‘mania’.”
E hai continuato. Partendo
dalla Puglia…
“Acquaviva” é il nome del mio paese. I primi lavori erano fogli pinzati…Purtroppo
ho cambiato tante di quelle case a Milano che ho perso molto di quel materiale.
…Ho cominciato a scrivere romanzi, il primo l’anno prima di prendere la maturità.
Si chiamava “I Ragazzi Maledetti” ed era ambientato a Milano. Per me era un
luogo di fantasia, ma me l’ero immaginata così come era, come é ancora adesso, é
il locomotore d’Italia: quello che si fa e si pensa, lo si fa e lo si pensa
prima a Milano. Avevo il mito di Milano, in quegli anni qui c’era un casino
unico. Sono venuto su e appena arrivato mi sono trovato immediatamente in una
manifestazione con le cariche della polizia. Ero nel movimento, all’epoca, ma
sapevo di essere diverso; per la letteratura. Certi amici mi incoraggiavano:
“scrivi, racconta quello che vedi” e mi regalavano libri di poesie; dentro un
libro mi scrissero: “che tu possa diventare il Prevert della gioventù
contemporanea italiana”, poi “che tu possa diventare il Maiakoski degli anni
‘90″. Ho iniziato a bazzicare le case editrici per lo più con i miei abbozzi -
ora lo dico con senso critico - ma avevo 21 anni e mi credevo Hemingway. La
Feltrinelli diceva che si poteva far qualcosa, ma andavano limati, rifatti…Ma
poi non andavano mai bene, cercavano di tagliarmi le scene più crude. Ed io,
come poetica, voglio dire la verità, sempre, anche se va contro le mie
convinzioni.”
Altro incentivo a far da sé. Ma
parlaci del tuo ultimo lavoro, “Il Professore di Filosofia”..;
“E’ l’ultima cosa che ho pubblicato; ho molto nel cassetto tiro fuori secondo
estro.”
Allora più che nuovo é inedito,
ed é uno tra tanti…Scritti con quali prospettive?
“Produco tanto, non tantissimo, i miei maestri sono i modelli della letteratura,
e me ne fotto di chi ha successo; non per presunzione, ma perché ho un mio
modello di letteratura che perseguo. Corro su me stesso, non sugli altri. Mi
basta vendere 50 copie e son contento, basta che siano finite nelle mani giuste…
Vendere 100.000 copie mi piacerebbe, ma solo per tirarmi fuori dalla sacca di
povertà in cui sono nato e da cui non riesco a venire fuori. Non per il
benessere, quello ce l’ho già; ma vivo in maniera precaria, non so domani cosa
posso guadagnare. Credo a quello che i greci dicevano: ‘chi persegue l’arte non
ha da preoccuparsi, gli daranno da mangiare gli dei.’ Tu non ci crederai, ma é
vero. Io rimango tranquillo anche senza soldi: sono stato 3 mesi senza una lira
in tasca e ho scoperto che si vive lo stesso; succedeva 20 anni fa: lo scoprì
una mia amica, mi disse “ti do 300 mila lire, non puoi stare senza”; io mi
rifiutai, mi ero abituato a stare senza soldi e la cosa mi prese. Ci presi
gusto. …In realtà se ho qualche lira immediatamente faccio libri, se no mi fermo.
Così va: i libri e i lettori mi danno da mangiare. Un mio amico poeta ha scritto
nelle mie note biografiche che sono l’unico scrittore di Milano che conosce uno
ad uno i suoi lettori. E’ quasi vero.”
Ma ti leggono anche
sconosciuti…
“Ho una buona distribuzione e i miei libri le librerie se li sono sempre presi.
Ho scoperto che piacciono molto in Emilia e in Toscana.”
… Qual’é la caratteristica
della tua produzione?
“Sono diventato un personaggio tra gli altri personaggi: non c’é il mio io; il
filo conduttore e’ in ciò che vedo intorno a me: metto l’idea al centro del
romanzo. I personaggi sono veri, non sono io che me li invento. La mia ambizione
é raccontare il mio tempo e trovare qualcosa che lo superi, in meglio, che lo
proietti verso un cambiamento anche solo fantasticato. Imposto così i miei
lavori. ”
E’ da tanto che scrivi?
“Sono 30 anni che faccio libri, anche di più. Non li conto, gli scrittori sono
scaramantici, mai contare niente; é una superstizione che mi ha attaccato
Hemingway. Non voglio sapere quanto ho scritto. Scrivo sempre, certi periodi per
8 o 9 ore al giorno; se non é così un romanzo non riesci a scriverlo, non lo fai
nei week end. Io mi lascio prendere dalla mia vena. Ho due linee di ricerca: il
mio paese, le storie contadine dei lavoratori della terra; e l’altra,
predominante, metropolitana. Comunque racconto sempre e soltanto una città,
Milano.”
Com’é la tua Milano?
“Milano per me é una bellissima città, la più bella del mondo; perché é la mia.
Bari, che sarebbe capoluogo della mia regione, é un paesone; si vive come ad
Acquaviva. i movimenti, la disparità di mentalità il contatto con l’Europa e
anche con l’America…Io sento queste presenze qui.. Milano é una metropoli
cosmopolita; soprattutto i primi tempi, anche della varietà umane d’Italia:
trovi siciliani, pugliesi… Fai una domanda in tedesco e ti rispondono in
siciliano, diceva Dalla. C’é la presenza completa dell’Italia tutta, europei,
americani - e gli europei parlano l’italiano più di quanto gli italiani parlino
le lingue europee.”
Qualcuno dice che la città é
cambiata in peggio negli anni….
“Vivo la Milano di notte, e la Milano di notte ti posso dire che é sempre
quella. Piena di poeti, di artisti, di matti, di sballati, di esaltati, di fuori
di testa. La Milano notturna è una città allegra, quasi brasiliana; e poi c’é
quella di giorno, la città della norma e del dovere, che va di corsa con la
cravatta annodata a puntino e il cervello sballato. La mia é la Milano
proletaria e sottoproletaria: esiste ancora, anche se ha cambiato luogo di
residenza. Prima Brera era un quartiere proletario, le vie si riempivano di
pittori che scendevano dagli appartamenti che occupavano, era una mostra a cielo
aperto, c’erano ubriaconi, vendevano sigarette di contrabbando; ora quella
povera gente si é trasferita in periferia; anch’io sono stato sfrattato,
all’inizio ero in via Pontaccio, ora sono in uno dei quartieri più degradati di
Milano. …E’ una città ricca ma ci sono sacche di povertà grosse… Un egiziano
appena arrivato dal suo paese venne ad abitare dove stavo io. Lui stava con suo
fratello. Entrò nel cortile e disse: “‘minchia, un palazzo così fatiscente non
c’é neanche al Cairo! Peggio del 3° mondo…” …Si trattava una vecchia casa di
ringhiera di poveri pensionati, artisti, gente sola, operai, prostitute,
rapinatori, ex galeotti. …Uno che vive di arte non ha tanti soldi: va nel buco
dove può sopravvivere, quindi dove stanno i poveri.”
Credi di essere rimasto
provinciale, nella tua anima?
“Acquaviva é la mia radice; sento un grande orgoglio, rivendico la mia origine;
in tutti il libri che faccio, infatti, metto il disegno della piazza del mio
paese. Ma non mi reputo provinciale, sono metropolitano a tutti gli effetti.
Milano l’ho bazzicata in lungo e in largo, sui tram o a piedi per combattere la
disperazione di certi giorni. E’ la mia ricetta personale quando sono angosciato:
me ne vado a ramengo: salgo sul mezzo, vado al capolinea, scendo, entro nel
primo bar mi siedo. Sistematicamente c’é qualcuno a cui offro da bere e ci si
mette a parlare. Un contatto con un mio sconosciuto, un mio simile al quale
confido la mia pena di botto, mi scarica, e guarisco delle mie paranoie. …Non
solo ho le mie: mi carico anche dell’angoscia degli altri, dei problemi del
mondo, che poi si risolvono quasi sempre - o almeno si dibatte della loro
risoluzione - ad un tavolo con davanti patatine, un bicchiere di vino, un panino,
a parlare dei massimi sistemi. Le più grandi e belle discussioni di fatto le ho
avute a ’sti tavoli con amici o perfetti sconosciuti: ho visto che c’é tanta
sapienza in giro, ignorata da tutti. Uno che passa la vita a studiare la
filosofia indiana, lo becchi e pensi: “quanto ha studiato! Non sono l’unico
pazzo che persegue la sapienza!” …C’é tanta gente umile, operai, ciabattini,
piena di cose da dire…Te ne accorgi in un paio di ore; non devi prendere
appuntamenti perché pazzi qui li trovi a tutte le ore… E tutti ’sti pazzi
entrano nei miei libri.”
Quindi: W la Paperopoli
lombarda…
“Ho vissuto anche in altre città, Venezia, Roma, Firenze: nessuna é come Milano:
qui é possibile, per chi vuole combinare qualcosa; C’é sempre qualcosa di nuovo,
qualcuno che dice “stanotte ho fatto ’sto pensiero, che ne dici?” E tu: “sei un
genio!” oppure “é una cagata”… C’é un confronto serrato continuo. E’ una città
commerciale, ma questo di giorno. Però si vive sempre fino alle 4 di mattino, di
notte c’é più traffico che di giorno; nelle altre città sono più goderecci;
lungo il Naviglio grande, pieno di goderecci, puoi ancora trovare un bar
scalcagnato in cui ti ficchi e trovi un fan di Dostoevski , che ti fa una
lezione su di lui. Ci saranno anche nelle altre città, ma in modo così massiccio
ti garantisco di no. …E’ la citta meno borghese d’Italia - ti sembrerà una
coglionata - ma al tempo stesso é la più borghese di giorno. Di notte c’é però
una popolazione massiccia di artisti, e la città ha un cuore grande: non fa
morire di fame nessun artista. Io campo perche mi nutro del grande cuore di
milano. La massa mi guarda, con la mia bancarella, guarda i libri e li compra
senza nessun pregiudizio. Non c’é paura di parlare con me; c’é chi ti prende per
matto e chi per maestro. …Io ho fatto quello che ho fatto grazie a Milano, città
d’arte italiana, strana: la sua bellezza é dietro le quinte, la devi cercare;
sulle prime di respinge, all’apparenza…Però…. Ho scritto una volta che ha così
tanti panettieri che non lascia mai nessuno senza pane. Lo so perché facevo il
panettiere; facevamo il pane per mezza città. Ho fatto mille lavori, lavoravo
tre mesi di seguito senza sosta, diventavo un fantasma pero’ guadagnavo questi
sei sette mesi per scrivere. Ho preso la laurea cosi, faticando e lavorando.”
Sei laureato in…
“Sono laureato in filosofia alla Statale: Utopia in Marx e Ersnt Bloch. Marx é
filosofo, il politico é conseguenza della sua filosofia. Bloch é stato l’unico
nel ‘900 a seguire le sue orme. Marx mi ha insegnato a ragionare con la mia
testa. Quando avevo 20 anni lo studiavo e sentivo i comunisti. Dicevo: ma che
cazzo stanno dicendo, questo non lo dice Marx! …Non avevano letto il Capitale,
opera non di politica o economia ma di filosofia: il titolo é “Critica”, e
rimanda a Kant, Hegel e il romanticismo. Come aveva detto Platone: o i filosofi
fanno i re, i politici, o é un casino per tutti. Marx ha messo in pratica questo
programma: andare all’attacco del potere politico con la filosofia. Non l’hanno
capito, in tanti lo hanno preso per scienziato ma lo é solo in senso socratico.
Il metodo per accertare la verità é di vedere insieme le cose, tramite la
dialettica, il dialogo, il confronto, il reciproco riconoscimento della propria
umanità - perché nessuno di noi é dio, né una bestia: non crediamoci superiori
ne inferiori. Lui diceva: “io vedo che il lavoro non é una merce, non può
esserlo perché é l’attività dell’uomo, é una merce speciale, quella che produce
valore e non ha prezzo: tu puoi pagarmi un miliardo ma non mi paghi abbastanza
perché mi compri la libertà. L’uomo libero dice: “ma ficcatelo nel culo, non mi
serve il tuo miliardo”.
…Bill Gates, ho letto che può permettersi il lusso di pagare per un anno intero
da mangiare e bere a tutti gli uomini della terra. Fossi lui mi prenderei tutta
’sta soddisfazione. Come cazzo faccio a mangiare come 7 miliardi di persone? Ma
io sono un uomo! Oltre tre bistecche di manzo mi portano al Fatebenefratelli!!
…Come uomo sono limitato e ho bisogni limitati. Epicuro distingueva tra bisogni
naturali e artificiali: quelli naturali sono facili da soddisfare, ma quelli
mentali…! Questa pazzia di possesso fa scattare la disumanità dell’uomo…I mali
del mondo poi, però, ci capiteranno sulla testa: non puoi tenere due terzi del
mondo sotto. C’é gente che rischia la pelle per venire in italia nel nostro
paradiso… che ho scoperto qual’é… Non so se hai notato gli extracomunitari
quando vanno al supermercato: non credono ai loro occhi quando ci vanno: gli
occhi gli luccicano perché c’ é tanta roba, la possibilità di comprare.”
Tanto-troppo, e da impazzire…
“La parola ‘follia’ la metto in tanti titoli perché vedo che aumenta la
possibilità della follia: una persona normalissima può diventare assassino. Io
ho pena quando vedo quelle cose: faccio un esame di coscienza e penso che
potevano capitare anche a me quelle cose e poi un santo mi ha salvato.
….D’altronde, i messaggi che passano - rampatismo, usare l’altro, correre sempre
- genera violenza, invidia, gelosia… E l’invidia porta pure sfiga; io sono nel
mio piccolo, vendo libri per strada per sopravvivere come autore e vedo gente
che mi invidia. Perché non invidiano le mie scarpe bucate, i miei mesi di lavoro
passati alle fonderie di Affori, i miei anni passati a fare il panettiere?
…chevdiventavo come uno scheletro, 10, 12 ore al giorno, 17 al venerdì… Ti
passava anche la fame e facevi la sauna. Ora lo stanno facendo con gli
extracomunitari. Una volta questi lavori di merda li facevamo noi italiani, ma
erano obbligati a pagarci. Non é che gli italiani non vogliono fare certi
mestieri, é che vogliono essere pagati il giusto. Un lavoro che facevo 25 anni
fa di notte mi dava 12OOO lire all’ora …Un paio di anni fa, in ristrettezze, ho
chiesto nello stesso luogo: tranne sfigati e poveracci non c’erano italiani.
Perché danno 5 euro… Ma non prendiamoci per il culo! Sono 5 mila lire se ti va
bene… La paga é dimezzata dopo 25 anni. Va bene lo sfruttamento, però…! Gli
italiani rifiutano lo sfruttamento portato all’ennesimo livello.”
Nessuno protesta più di tanto e
la politica non interessa…
“Ma tutto é politica. Anche Robinson Crousoe incontra il suo venerdì, e comunque
vedo pochi che possono essere come lui. La politica é una bella cosa, mostra
quello che sei dentro. Ognuno ha diritto, la sua dignità e il suo ideale:
purtroppo l’uomo tende a trasformare il proprio avversario in nemico. Poi…Il
proletariato é disinnescato e sfrantumato. Gli operai stanno per andare in
pensione… C’e la divisione mondiale del lavoro: l’occidente é la borghesia, il
terzo mondo il proletariato. Ma manca un proletariato nazionale. Chi difende le
posizioni acquisite, sono battaglie di retroguardia: non c’é futuro davanti a
loro.”
C’é da ridere o da piangere?
“A raccontare la verità si ride e si piange: la realtà fa ridere e piangere…
L’ironia non deve essere solo verso gli altri, ma soprattutto applicata a sé. Se
sei sceso a faccia a terra in una pozzanghera non é decoroso dirlo, ma uno
scrittore lo ricorda. Vede per prima cosa la propria povertà, e se la vede
nell’altro non ne ride: ne ha compassione. Io non cerco di far ridere, anche se
lo faccio. La prima cosa che cerco di trasmettere é sempre la compassione.”
Sentimento anche dei testi di
Alda Merini, tua amica, che pubblichi…
“E’ la mia maestra di poesia, incarna oggi in Italia la poesia, il poeta nella
sua carne, nella povertà, nella sua ricchezza, nel suo miracolo. Ma siamo in
italia..lasciamo perdere…”
‘Acquaviva’ pubblica Merini,
Angelillo ma anche sconosciuti…
“Ho tanti libri di Alda. …Ma mi disse un mio lettore: cosa c’hai di nuovo che lo
compro? (ho lettori che se ne comprano 6 in una volta, ce l’hanno come
promemoria, gente umile). Questo faceva la guardia nei negozi. Gli dissi: “ho
questi di Alda Merini”. E lui: “ma che cazzo me ne frega, voglio i tuoi…” Il
senso era: non voglio autori famosi.”
Hai un obiettivo, con Acquaviva
e con le tue opere?
“Non mi prefiggo nulla. il fine é fare i libri. Il libro é strano, se lo lasci,
una volta che l’hai fatto ha il suo destino più o meno fortunato; però ha la sua
strada, tocchi cuori che non conosci e non conoscerai mai. Poi… non c’é un
modello davanti a me. A Milano c’é un tipo che ha pubblicato la rivista ‘Wurz’,
uno del romanticismo. Un mio amico gli disse: “l’hai trovato Wurz, é Angelillo”;
e lui: “chi? lui? cosi malridotto? ma vaffanculo..” Ma Wurz faceva come me, era
un artigiano. Lui l’aveva incontrato e l’ha ripudiato.”