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Pattugliatore acrobatico in volo di improvviso precipizio (pagine:
63) Torna su↑ |
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___________________________________ CAPITOLO 1. Era un palazzone sperso nel quartiere di Lambrate. Un casermone come un altro ficcato in una strada secondaria qualsiasi. Negozi di pane, di giornali pornografici, di televisori. Si andava sempre in giro molto volentieri da quelle parti. Un sogno dav~ vero. Una volta quel palazzone era stato un albergo di prima classe per gran signori e consorti. Lussuoso, brillante, di moda. Ma ne erano passati di anni da quel tempo. Gli anni di Milano poi, che menano e fanno impallidire tutto, anche la faccia illuminata di tutti i santi a faticare sulle facciate delle chiese... Come gli altri della carovana a trottare nelle strade di sotto, d'altronde. Ero arrivato lì dritto dritto dalla pensione del Barlettano vicino al Palasport. Un posto allucinante dove non facevo altro che leggere Henry Miller, dormire e andare a troie. Bastava uscire dopo le undici di sera là e te le ritrovavi proprio sul marciapiede di casa, tutte le superfighe a ore che volevi. Come fare a sfuggire al peccato se quello ti stana appena messa la testa fuori di casa per vedere se piove o fa bel tempo? La complicazione era che in quel tugurio era tassativamente proibito portarsi a letto le puttane... |
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Spinoza non conosce il male
(pagine: 130) Torna su↑ |
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Un
piccolo Cristo da nulla (pagine: 83) Torna su↑ |
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___________________________________ CAPITOLO 1. - Te la do io la meraviglia del vivere, lurido verme, se non mi restituisci le cento biotte che mi devi. Pìccolo Cristo da nulla che sei. - disse Carmelo Fiore. L'albergo era più o meno al centro di Milano. 'Il Cavaliere della Tavola Rotonda", credo si chiamasse. Carmelo Fiore era spaparanzato in un letto di una camera qualsiasi dell'ultimo piano. Venticinque credo che fossero. Non era un uomo cattivo ma aveva la cassa toracica non più grossa di una scatola di scarpe e lui era alto quasi due metri. Sembrava uscito direttamente da un quadro sconosciuto di Modigliani. Il suo soprannome era Shakespeare, perché era capace di recitare il monologo di Amleto tutto difilato senza quasi nemmeno prendere fiato. Era autore di una sola poesia che declamava a ogni occasione con gran successo. La sapevo a memoria anch'io una volta, quante volte l'avevo sentita, parlava comunque di treni che partivano nella notte e di una faccia triste e delusa che sorgeva in cielo che poi era lui. Se ne stava allampanato sul materasso con le sole mutande, sembrava una statua gotica venuta decisamente male. Fumava una sigaretta francese da un soldo... |
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L'arte di amare la vita (pagine:
313) Torna su↑ |
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Il
cavaliere del secchio (pagine: 467) Torna su↑ |
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___________________________________ QUESTA VITA OSCURA C'è dappertutto questa vita oscura anche nel tetro morire nel lurido mondezzaio dove i topi si prendono a cazzotti per quattro lire di fetori e nel latrare delle troie quando gli stalloni vomitano birra chiara schifosa sui loro merletti profumati e nel cielo stellato che mi sorride spingendomi fuori dalla ringhiera e facendomi cadere nei rovi dell'orto in mezzo ai gattoni neri tutti intenti a riempire di vino milanese i loro colossali bottiglioni e a baciare la muffa degli amplessi notturni con gli sbirri e le traditore e le puttane che saltano e calunniano e fottono come matti. Anche in te questa vita nera che ora te ne stai a Londra a fare i bocchini al tuo nuovo fidanzato indiano, anche in me provolone buttato nella spazzatura che me ne sto stravaccato nel buio metafisico della Barona, solo, fuso perso di te e innamoratissimo ancora come un ubriacone dissanguato. |
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